A Dark Song

Sophia, una giovane madre affranta per la morte del figlioletto, decide di ingaggiare l’occultista Solomon e affittare una villa isolata nella campagna gallese per eseguire un pericoloso ed estenuante rituale di magia nera, apparentemente allo scopo di mettersi in contatto con lo spirito del bambino. Col passare dei giorni e il procedere dell’incantesimo, eventi inquietanti cominciano a manifestarsi.

*Piccola comunicazione di servizio che nulla ha a che fare col film* Avrei voluto pubblicare questo articolo la scorsa settimana, ma non ce l’ho fatta perché ho avuto molto lavoro e sono anche uscita spesso con gli amici – incredibile, per una hikikomori come me! Inoltre ho riscritto personalmente tutte le sinossi delle recensioni, ho corretto qualche errore nello script del blog e ho cambiato un po’ la grafica e il menu per renderlo più responsivo su telefonini e tablet. Mi sembra più leggibile adesso, spero che piaccia anche a voi, cari lettori immaginari. *Fine della piccola comunicazione di servizio*

Ok, veniamo subito alla recensione. A Dark Song è la prima pellicola del giovane regista gallese-irlandese Liam Gavis, uscita nel 2016, ben recensita ma purtroppo passata in sordina. Il che è un vero peccato, perché non si tratta del solito horror fracassone con la gente che salta fuori dagli angoli bui urlando alla cazzo, ma di un vero e proprio horror psicologico dallo svolgimento originale, che sinceramente mi è piaciuto un sacco.

Niente, a me già il trailer fa venire i brividi; non mi viene in mente neanche una battuta per stemperare la tensione. Torno a guardare video di criceti!

Ma dai, è la classica storia della madre addolorata che vuole contattare il figlio morto… riti ed evocazioni… fantasmi… le solite stronzate cose!, starete forse pensando. In effetti la premessa non è certamente una novità ed è già stata sviluppata in altri film, ad esempio mi viene in mente The Other Side of the Door – carino, anche secondo me un po’ banale e deludente. Tuttavia A Dark Song prende le distanze dal solito genere evocazione facile finita male e spiriti bastardi, per diversi motivi che ora cercherò di spiegare. Immaginatemi con l’aria da professoressina-so-tutto-io dall’aria arcigna, in piedi e col dito alzato davanti alla lavagna, mentre mi schiarisco la voce con aria intelligente. *ah-ehm*

Tanto per cominciare: A Dark Song è sofisticato, dalla regia ineccepibile e con inquadrature molto belle. Gli effetti speciali sono pressoché inesistenti e lo svolgimento è lento, tutto basato sull’atmosfera e sulla suggestione. È girato quasi interamente in una villa rurale, quindi più che un film è una pièce teatrale, con giusto un paio di scene in esterni molto significative. Questo contribuisce a dare alla pellicola un tono intimo e claustrofobico, che ne aumenta il senso d’angoscia e lo straniamento. E gli attori? Si fa presto, sono solo due. L’irlandese Catherine Walker (nel ruolo di Sophia) e l’inglese Steve Oram (nel ruolo di Solomon). 2, e basta. Una responsabilità molto grande: una sola coppia di attori in un set così ristretto e spartano, alle prese con una sceneggiatura in cui la psicologia dei personaggi è fondamentale per rappresentare un rapporto molto teso e conflittuale. Se mancasse l’abilità recitativa, neanche gli elementi artistici e la trama – essenziale ma coinvolgente – basterebbero a salvare il film. Per fortuna la Walker e Oram sono due interpreti bravissimi, molto verosimili e immedesimati nelle rispettive parti. In pratica reggono tutto sulle loro spalle come se nulla fosse, se dipendesse da me li manderei a Hollywood subito subito!

A Dark Song è un film drammatico e meditativo, con pochi frizzi e lazzi, ma nonostante questo – o forse proprio grazie a questo – è molto inquietante. Costruisce la tensione gradualmente con attenzione e cura, grazie a piccoli dettagli già dalle prime scene per continuare in crescendo fino all’inaspettato epilogo, di quelli col botto che si amano o si odiano. La premessa iniziale della madre disposta a tutto per parlare ancora una volta col figlio morto si trasforma in una riflessione sulla natura della sofferenza e del sacrificio. Il rituale oscuro del film, basato sul reale grimorio di Abramelin, non è certo la rapida evocazione con la tavoletta ouija tipica di un sacco di film dell’orrore – da L’Esorcista a L’Origine del Male. Al contrario, si tratta di un rito rischioso, potenzialmente fatale e con una preparazione di 6 mesi che comporta vari supplizi fisici e mentali: isolamento; studio matto e disperatissimo di formule arcane e gerarchie spiritiche; veglie e digiuni debilitanti; abluzioni gelide; sofferenze del corpo e umiliazioni dello spirito. Altro che accendere una candelina e posare il dito su un bicchiere mormorando: “Ciccio, se ci sei batti un colpo”… eh no, qui lo fanno davvero sudare il contatto con l’aldilà!

Ooooh, guarda quante belle lucine! Vedi che le fustigazioni e le docce gelide hanno funzionato!

Sarà per via di questo calvario, degli ambienti tetri, della tristezza latente o della bella colonna sonora dissonante; comunque A Dark Song ha un carattere quasi ipnotizzante, che provoca parecchia ansia. La bravura degli attori porta a immedesimarsi nelle loro sofferenze e paure, e personalmente un paio di scene – semplicissime quanto efficaci – mi hanno fatto venire la pelle d’oca e sudare le mani. Ad aumentare l’angoscia contribuisce il fatto che la linea tra realtà e immaginazione non è ben delineata, e le motivazioni dei due protagonisti sono abbastanza ambigue. Durante la visione ci si ritrova ben presto a farsi molte domande, del tipo: Sophia vorrà solo contattare il figlioletto? E Solomon sarà un vero occultista o un truffatore senza scrupoli dal brutto carattere? Esiste davvero il soprannaturale o tutto ciò che accade è solo frutto dell’autoconvincimento e reazione all’esaurimento fisico e mentale? Ma soprattutto dov’è che si trovano gli occultisti da ingaggiare, su Craigslist??

In conclusione: A Dark Song è un bel film, unico nel suo genere e ancor più notevole perché opera indipendente di un regista agli esordi. In particolare credo che possa interessare a chi, come me, è affascinato dall’occulto. Però non manca di difetti: la lentezza nello sviluppo della trama, senz’altro utile a stabilire un clima angosciante, può finire per rendere il tutto piuttosto soporifero. A Dark Song è molto lento – sembra più lungo dei suoi 99 minuti – e privo di jump scares, inoltre per buona parte della pellicola non succede nulla di davvero orrorifico. Se non avete pazienza e magari tendete ad addormentarvi facilmente davanti allo schermo, o se vi piacciono gli horror adrenalinici, dallo svolgimento rapido, con frequenti spaventi e scene splatter, lascerei proprio perdere. Se invece anche voi preferite gli horror psicologici e lenti, molto suggestivi, in cui realtà e inventiva si confondono (vale sempre la pena di citare Shining, Rosemary’s Baby e Hereditary), penso che A Dark Song potrebbe piacervi molto… in caso temiate comunque un attacco di me cala la palpebra, guardatelo armati di caffeina, giusto per sicurezza.

Voto
  • Trama
  • Regia
  • Atmosfera
  • Recitazione
  • Colonna sonora
4.1

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